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La “lapide delle malelingue” La “lapide delle malelingue” ricorda l’epoca delle fazioni ed in particolare l'impiccagione di 13 membri di una famiglia Teramana che avevano parlato male del duca Giosia Acquaviva. La dizione esatta del motto che sovrasta lo stemma è: “A lo parlare agi mesura” (abbi misura nel parlare). La casa degli Antonelli di Teramo (del secolo XIV-XV), dove era originariamente collocato il curioso manufatto, venne abbattuta molti anni fa. Lo stemma fu dapprima trasferito nei locali della Biblioteca provinciale “Melchiorre Dèlfico” per poi essere collocato nella sala consiliare del Comune. L’episodio da cui ha origine lo stemma avvenne nei primi anni del governo di Giacomo Cerretani, creato vescovo il 7 gennaio 1429. In quel tempo due famiglie si contendevano il dominio di Teramo: i Melatini e gli Antonelli. I primi, nella speranza di avere il sopravvento sugli avversari, chiesero aiuto al duca d'Atri, Giosia Acquaviva invitandolo ad impossessarsi della città abruzzese. Il duca non si lasciò sfuggire l’allettante offerta e governò la città dal 1424 al 1438. Nonostante tutto disordini, omicidi e turpitudini continuarono ad angustiare i cittadini di Teramo a causa della discordia esistente tra i Melatini e gli Antonelli. Per riappacificare le due famiglie, il duca invitò segretamente a colloquio alcuni capi famiglia della consorteria degli Antonelli. Questi erano stati costretti a fuggire da Teramo a causa dei Melatini. Il gesto del conte però irritò la fazione di questi ultimi che incautamente, rivolsero invettive e minacce nei confronti dell’Acquaviva . Il duca informato meditò una vendetta esemplare. Invitò le due fazioni nel castello di San Flaviano, l’odierna Giulianova. Nel cuore della notte, il gruppo della fazione dei Melatini fu prelevato e costretto a marciare verso Teramo scortato da dei militi del duca. Sulle alture di Santa Maria dell'Arco, presso la città, erano state allestite 13 forche sulle quali furono impiccati quella stessa notte. Il mattino successivo, gli Antonellisti, ignari di quanto era accaduto nella notte, furono convocati dal duca Giosia, li invitò a tornare a Teramo e a tacere riguardo a ciò che lungo la strada del ritorno avrebbero visto. Durante il tragitto, avendo visto sulla collina penzolare sulle forche i corpi dei malcapitati, capirono immediatamente l’ammonimento del duca. Rientrati in città, terrorizzati non osarono parlare ad alcuno dell’accaduto. In seguito In seguito, a ricordo del funesto episodio, uno degli Antonelli, fece apporre sulla facciata della sua casa il famoso stemma delle malelingue unitamente al già citato moto: “A lo parlare agi mesura”. Archivio: |
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